Lavoro, in ufficio, seduto davanti al computer. Gente sconosciuta e insignificante e stupida mi passa davanti tutto il giorno, mi chiede cose di cui non me ne frega un cazzo, si aspetta da me un aiuto concreto. Non capiscono che io sto semplicemente facendo il mio lavoro, il che equivale a dire che preferirei essere dovunque nel mondo tranne che qui seduto ad esaudire le loro richieste?
Mi fa male il culo. Non pensavo che fosse possibile. Avevo sempre pensato che lavorare in ufficio fosse più semplice e più salutare che fare il muratore, invece lavoro qui da tre mesi e sono sempre piantato su questa dannata sedia per ore e mi fa sempre male il culo, mi fa sempre male la schiena, e sto ingrassando come un lardoso maiale del cazzo.
Il mio principale è una testa di cazzo. Io, proprio io che odio i luoghi comuni, mi ritrovo a dire questo: ebbene sì, il mio principale, capo, datore di lavoro, o come cazzo si vuole far chiamare, ecco, proprio lui, è una testa di cazzo.
Ho valutato attentamente i pro e i contro della sua personalità, ho pazientato ed esaminato con obiettività la sua figura professionale e umana, e l’unica decisione che mi sento di poter trarre sul suo conto è che quest’uomo che ogni mattina devo salutare col sorriso finto sul volto è una delle più grandi teste di cazzo che io abbia mai incontrata in vita mia.
E dire che io sono fermamente convinto di vivere in un mondo dove tutti sono teste di cazzo tranne me.
Domani mattina penso che invece del solito: “Ciao, Giovanni!” userò una formula di saluto più raffinata, del tipo: “Buongiorno, faccia di merda!”.
Sono esattamente trentanove mattine che mi ripropongo di farlo. Domani sono sicuro che sarà la mattina giusta.
Ogni volta che vado al cesso a pisciare vorrei doverci impiegare ore. Vorrei che gli esseri umani fossero stati creati con il bisogno fisiologico di dover pisciare per almeno venti minuti. Invece ci metto sempre tre minuti del cazzo e poi devo tornare su quella fottuta sedia. Credo che se scoprissi chi è il tizio che ha progettato questa sedia arriverei a uccidere i suoi amici e la sua famiglia prima di legarlo a un lampione e puntargli una pistola alla testa e mormorargli all’orecchio: “Ecco cosa succede a fare le sedie di merda, finocchio”.
BANG!
Muori, progettista di sedie dei miei coglioni. Che tu possa bruciare all’inferno assieme al tizio della Microsoft che ha creato questo computer di merda. Se al posto di questo computer di merda ci fosse un GameBoy con tre tasti penso che riuscirei a svolgere meglio il mio lavoro. E più in fretta.
L’orologio non cammina. I minuti non passano.
Ogni volta che guardo quei cristalli liquidi e noto con stupore e sgomento che sono ancora le quattro di pomeriggio mi viene voglia di urlare, pisciarmi addosso, farmi una riga di coca, sbattere la testa sulla scrivania e vomitare sulla tastiera. Contemporaneamente.
Qualcuno deve salvarmi. Perché non entra una bella figa da quella porta, mi guarda fisso negli occhi e mi dice: “Vieni con me, alzati da quella sedia, molla quel computer, andiamo a scoprire quante volte riesci a scoparmi nel culo sul sedile posteriore del mio SUV.”
Invece entra un vecchio di sessant’anni che mi chiede qualcosa in una lingua che sembra l’etrusco. Gli chiedo di ripetere, lui ripete, ora dall’etrusco siamo passati al latino volgare. Gli sorrido storto e lo indirizzo da un mio collega, augurandomi che durante il tragitto gli venga un infarto. Al suo unico figlio, intendo dire.
A lui invece gli auguro un cancro al cervello inoperabile di quelli che alla mattina ti svegli e guardi la finestra della tua camera al quinto piano e ti sembra una buona idea saltare giù di testa.
Cristo quanto odio lavorare.


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