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venerdì 11 luglio 2014

Lettere da un blog morto



Qui ci sono altri post, se vi va. Coprono un periodo che va dal 2007 al 2009 e in origine erano pubblicati sul vecchio blog, Faina Incazzosa. Rileggendoli ora non posso fare a meno di pensare a quanto ero ingenuo. E a quanto mi divertivo.



La nebbia nel cuore dell'uomo

Un essere che si abitua a tutto. Ecco, credo, la migliore definizione dell’uomo...

Il banco vince

Se la gente si fermasse più spesso a riflettere sulla propria vita, e intendo a riflettere seriamente, con tutta probabilità ci sarebbero vagonate di suicidi in giro per il mondo...

Alice nel paese delle stronzate

Alice stava sonnecchiando sotto un albero di mele, quando all'improvviso fu svegliata da un leggero formicolio. Aprì gli occhi e vide un coniglio bianco che le stava leccando le parti intime...

Come guadagnare la gloria eterna in breve tempo

Molte persone hanno un sogno, e quel sogno è: lasciare una traccia di sé in questo nostro piccolo grande mondo. Abbiamo allora cantanti, e pittori...

Non aprite quel film dell'orrore

I film dell’orrore appartengono ad un genere che mi è sempre piaciuto: un maniaco che perseguita e terrorizza a morte delle ragazze urlanti? Fantastico, sembra la descrizione della mia vita sociale...

Droga o non droga, questo è il dilemma

"Alla base dell’assunzione delle droghe, di tutte le droghe, anche del tabacco e dell’alcool, c’è da considerare se la vita offre un margine di senso sufficiente per giustificare tutta la fatica che si fa per vivere...



La prima volta è una cosa meravigliosa. Nei film romantici con protagonisti dei teenager lacrimosi capita che, ad un certo punto della storia, i due giovani piccioncini vadano a letto insieme per la prima volta...

La nascita dell'uomo


Voglio raccontarvi una storia. C’è questo ragazzo, che chiameremo Jack, e c’è questa ragazza, che chiameremo Lily...


E allora una volta quand'era estate e quand'ero piccolino andavo in piscina coi miei amici, e si facevano i tuffi nell'acqua con la rincorsa e il bagnino che ci minacciava di buttarci fuori se non la smettevamo...


Volendo, noi tutti potremmo avere una vita sana, lunga e felice: basterebbe seguire poche semplici regole...


Abitando in Veneto sento spesso parlare male dei meridionali (i quali, secondo l’opinione comune, sono tutti quelli che vivono dal fiume Po in giù)...


Mi chiedo cosa pensino gli anziani. Voglio dire, loro sanno di essere arrivati alla fine del cammino. Non hanno il beneficio del dubbio, non possono sperare in un bonus di tempo extra...


martedì 10 luglio 2007

Troppo tempo per pensare




Mi chiedo cosa pensino gli anziani.
Voglio dire, loro sanno di essere arrivati alla fine del cammino. Non hanno il beneficio del dubbio, non possono sperare in un bonus di tempo extra. Non hanno più la possibilità di cambiare un cazzo della propria vita.
Hanno passato certi limiti, e l’unica cosa che possono fare è sperare di aver fatto più cose possibili nel modo giusto.

Cioè, un ragazzo, per fare un esempio, ha una vita davanti.
Ha una vita per farsi degli amici, per provare cose nuove, per scopare e innamorarsi, per spingere il proprio corpo al massimo, per fumare e bere e tentare di rovinarsi in una sola serata e svegliarsi il mattino dopo fresco come una rosa, per correre in auto a 200 all’ora e uscirne vivo con un sorriso estasiato in faccia e il cuore che batte a mille, per ridere di tutte le stronzate che vede, per uscire col suo migliore amico e andare al cinema a guardare un film del cazzo, per tentare di crearsi una carriera e di conquistarsi un posto nel mondo facendo qualcosa di appagante che non sia installare impianti elettrici o agganciare pezzi di metallo ad una catena meccanica nella smalteria vicino casa, per incontrare una donna che non sia una delusione continua e crescere dei figli che non si droghino e non bestemmino troppo e guardare la propria famiglia tirare avanti e farsi strada nel mondo.
Un ragazzo ha una vita per fare tutto ciò che vuole.

Ma gli anni passano e un brutto giorno ti ritrovi sveglio alle sei e mezza di mattina, fuori sul terrazzo del tuo appartamento, ad innaffiare la piantina di merda da cinque euro che tuo figlio ti ha regalato per Natale e a guardare pensieroso i pochi camion che passano per la statale diretti in Austria, e con sgomento ti rendi conto che hai settant’anni e che la tua vita è sempre così ogni cazzo di giorno da non sai nemmeno quanto tempo e che così rimarrà per i prossimi dieci anni o più a meno che l’Alzheimer o un po’ di quella simpatica trombosi coronarica che si è portata via tua moglie non arrivino a spezzare la monotonia delle tue giornate, diciamo insieme hallelujah e rendiamo grazie al signore? Oh sì.

Quando sei vecchio, suppongo, pensi sempre e solo al passato.

Credo che funzioni così, non lo so. Magari gli anziani sono gli esseri più felici del mondo e nessuno di loro ha un solo maledetto rimpianto, ma scommetterei sul fatto che non è esattamente così. Voglio dire, più l’età avanza e più le persone tendono a diventare nostalgiche e a rimpiangere il tempo trascorso.

E’ una sorta di peso invisibile che ti grava sulle spalle e che quando meno te lo aspetti ti salta addosso da dietro e ti mette un’ansia del cazzo e inizi a vedere tutto grigio e a fare lunghi sospiri e allora metti su le canzoni tristi che tieni in una cartella del computer e te ne vai in giro sorridendo più del solito perché in verità stai pensando ad altro e quando sei in macchina e guidi non ti accorgi mai di un cazzo e passi col rosso e tutto questo perché stai contemplando il cielo grigio oltre il parabrezza che ti fa pensare a quanto ingiusto sia il fatto che il tempo passa inesorabile e che certi momenti non ritornano e cazzo, quanto avresti voluto esserci quella volta!

ma non c’eri, ti sei lasciato sfuggire l’attimo, non era una di quelle occasioni in cui puoi dire “amen, sarà per la prossima volta”, no, era una gran bella cosa di quelle rare che capitano una volta nella vita e che ti fanno sentire veramente bene con te stesso e tu, guarda un po’, te la sei lasciata scappare, ciao ciao, teniamoci in contatto, ci si vede.

E quando sei vecchio quel peso di merda si fa sentire ad ogni istante. Credo. Perché quando sei vecchio non c’è neanche la minima speranza di tornare indietro, quando diventi troppo vecchio per una cosa è come se fossi immobilizzato, incapace di uscire dal pantano in cui sei intrappolato, il tuo posto è segnato e non c’è nulla che possa tirartene fuori, e puoi solo rimuginare ore e ore sperando di aver fatto tutto nel modo migliore possibile.

E allora io a questo punto dovrei dire che il messaggio di queste stronzate che ho scritto è che i vecchi sono dei lamentosi rompiballe, o che bisogna scoparsi tua cugina finché sei in tempo perché certe occasioni poi non capitano più, o che la vita è una lunga corsa fatta di scelte, oppure potrei tirare fuori il gran vecchio classico del “CARPE DIEM” che tutti vogliamo sentire, e allora dai, vivi sempre al massimo sfruttando ogni occasione e provando sempre di tutto senza paura di sbagliare perché solo così potrai essere sicuro di non ritrovarti pieno di rimorsi a settant’anni ad innaffiare la pianta sul terrazzo e via dicendo!

Dovrei dire che questo è il messaggio, ma

Non si scappa mai ai rimorsi, non si scappa mai ai rimpianti, non c’è una scelta giusta o una sbagliata.

Quando saremo anziani ci lamenteremo comunque, non importa che tipo di vita avremmo vissuto, ci sveglieremo alle sei e mezza di mattina per innaffiare la pianta sul terrazzo guardando i camion che passano per la statale e penseremo a come se la cava il nostro figlio più piccolo che non vediamo da due anni e se le cose sarebbero potute andare diversamente se solo quella volta al suo matrimonio gli avessimo chiesto scusa di cuore senza alzare la voce e senza metterci dentro quella nota sarcastica che ha rovinato tutto,

oppure penseremo a quella bella ragazza con gli occhi azzurri che ci guardava sempre con l’espressione implorante durante la ricreazione quando eravamo al liceo e a cosa avremmo potuto provare nel baciarle il collo e lasciarle i segni per una settimana e affondare le dita nei suoi lunghi capelli, nascosti nel bagno delle donne e appoggiati ai lavandini mentre la bidella girava insospettita per il corridoio,

oppure penseremo a


Stiamo tutti invecchiando. Diciamo insieme hallelujah e rendiamo grazie al signore? Oh sì.


Vade retro, terrone




Abitando in Veneto sento spesso parlare male dei meridionali (i quali, secondo l’opinione comune, sono tutti quelli che vivono dal fiume Po in giù) per cui sono cresciuto condizionato dall’idea che “quelli là” siano solo un branco di fannulloni e mafiosi.

Col tempo ho acquistato la capacità di giudicare con la mia testa.

Fin da piccoli i bambini vengono abituati dagli adulti a sentire sempre e solo imprecazioni e appellativi poco carini verso “quelli là”, accusati di rubare i loro soldi, di rubare il loro lavoro, di passare tutto il loro tempo a non fare un cazzo seduti davanti al bar del paese, bevendo un’aranciata e prendendo il sole.
E, naturalmente, tutti i meridionali hanno a che fare con la mafia, nessuno escluso: il problema dei terroni (secondo quanto ho imparato dagli insegnamenti di quel gran saggio ed eminente alcolizzato di mio nonno) è che tutti sanno, ma nessuno reagisce, motivo per cui la mafia se la meritano.

Riuscite a capire come può crescere un ragazzo in simili condizioni?
La stragrande maggioranza dei ragazzi/bambini/adulti del Veneto non è mai scesa più sotto di Rimini nella propria vita, alcuni di loro conoscono un siciliano di vista perché lavora in fabbrica con un loro amico, alcuni conoscono un pugliese perché vanno al suo negozietto a comprarsi le sigarette, ma… niente di più.
Eppure, com’è ovvio, se interpellati sul loro giudizio nei confronti dell’Italia meridionale li sentirete invariabilmente rispondere: buttiamoci sopra una bella bomba atomica e non se ne parli più.

Vedete, il sentir continuamente parlare male di una certa categoria di persone dopo un po’ ti induce ad adeguarti al pensiero comune: fino a qui ho usato spesso il termine “meridionali”, ma c’è sempre una parte indottrinata di me che non faceva altro che urlarmi “Terroni! Togli quel dito dalla emme e posalo sulla ti! Si scrive Terroni! Ti come Torino!”

Questo fa di me un idiota razzista nato nella polenta? Non necessariamente: scrivo tutto questo per riflettere sul fatto che un indottrinamento costante e mirato porta quasi sempre a raggiungere lo scopo, soprattutto se applicato fin dalla più giovane età. Vedi un po’ le lezioni di catechismo.

Barzellette come questa le raccontavano anche i nazisti:

“Sai come distinguere il sangue di un cane da quello di un terrone sulla strada? Prima di quello del cane c’è la frenata”.

Sostituendo “terrone” con “ebreo”, suppongo.

So che fa male, per questo lo faccio




Volendo, noi tutti potremmo avere una vita sana, lunga e felice: basterebbe seguire poche semplici regole.

Non bere e non fumare e non assumere droga

Praticare dello sport

Dormire almeno otto ore per notte

Mangiare moderatamente, cibi sani, a orari stabiliti

Prendersi del tempo per sé stessi

Stare in buona compagnia, coltivare le amicizie

Ridere spesso

Trovare un partner che ci capisca e ci faccia stare bene con noi stessi

Tutta roba del genere, insomma. Una vita sana, una vita regolare, moderata, che non si lascia andare agli eccessi.

Chissà, forse da qualche parte esiste qualcuno che ci riesce sul serio. Magari su Venere.

Perché il bello (o il brutto) dell’uomo è che pur sapendo qual è la strada giusta difficilmente sceglie di imboccarla.

E’ l’eterna lotta tra ragione e istinto: il mio cervello evoluto sa benissimo che stare ore davanti al computer mi fa male, ma l’impulso da Animale Mammifero Scimmia Abitatore delle Foreste mi impone di rimanere seduto su questa cazzo di sedia a cercare stupidi video su Youtube e a giocare a Poker online, non perché tutto questo mi faccia bene, ma solo perché è divertente.

E’ divertente! E non importa se sono cinque ore che sto fumando una sigaretta via l’altra, seduto al buio e fissando uno schermo luminoso, l’importante è che mi diverte e quindi continuo a farlo, insisto, persevero in un’attività dannosa solo per il gusto di sollazzare quella piccola ma potente parte di me che è perennemente alla Ricerca del Piacere.

Una cosa comune a tutti quanti. L’intera vita di una persona è finalizzata alla ricerca del piacere. Guardare un bel film, leggere un buon libro, assistere a uno spettacolo comico, farsi una sega, ascoltare musica, mangiare tanto e bene, scopare spesso e volentieri: tutte cose che faremmo di continuo, se potessimo.

Il problema è che spesso fanno male.

Mangiare bene è piacevole, ma non si possono mangiare sempre e solo bistecca e patatine fritte e wurstel e pasta alla carbonara e profitterol…

Fumare è piacevole, ma quando si arriva a due pacchetti al giorno…

Bere in compagnia è piacevole, ma quando i bicchieri sono diventati otto o nove e cominci a non distinguere più i tuoi amici e fuori nel parcheggio c’è la tua macchina che aspetta di essere guidata…

Scopare è piacevole, ma quando quella stronza comincia a darla via un po’ a tutti e tu rimani ossessionato da lei…

Eppure continuiamo a rovinarci con le nostre stesse mani, senza mollare mai.

Continuiamo ad ascoltare canzoni lente e tristi,

continuiamo a scattare foto della nostra ragazza inconsapevoli del fatto che un giorno ci lasceremo e quelle cazzo di fotografie diventeranno uno strumento di tortura,

continuiamo ad accendere la sigaretta e ci ripetiamo che è l’ultima della giornata,

continuiamo a mangiare schifezze,

continuiamo a bere anche dopo che abbiamo vomitato,

continuiamo a rimanere chiusi in una stanza seduti al buio a fissare lo schermo di un computer leggendo inutili post che domani avremo già dimenticato.



Quando Tom e Jerry smettono di piacerti vuol dire che la fine è vicina




E allora una volta quand’era estate e quand’ero piccolino andavo in piscina coi miei amici, e si facevano i tuffi nell’acqua con la rincorsa e il bagnino che ci minacciava di buttarci fuori se non la smettevamo e poi una partitina di pallone con il portiere volante e c’era il più scarso di noi che faceva l’arbitro e poi si andava al piccolo bar vicino al nostro ombrellone a prenderci la coca cola e poi tutti quanti a nasconderci in un angolo seduti sullo sdraio a bere la coca e a fumare le prime sigarette che ci facevano tossire ed erano Muratti e tutti sanno che le Muratti fanno schifo ma noi si era giovani e inesperti e con il latte della mamma ancora sulle labbra e si viveva la vita un po’ così, alla cazzo, senza pensare tanto alle conseguenze e senza sprecare troppo tempo a pensare alle cose.

Si andava, si faceva, ci si divertiva, alla sera si andava a letto e il giorno dopo ricominciava tutto. Semplice come andare in figa, no?

(Per usare un’espressione che andava forte quand’ero bimbo e innocente.)

(Che sia chiaro che nessuno di noi aveva mai visto una vagina e per quel che ne sapevamo la figa poteva essere una cosa verde e triangolare che girava in senso antiorario ed emetteva dei bip bip bip ogni cinque minuti, ma nonostante la nostra ignoranza fanciullesca in materia ci piaceva usare lo stesso quest’espressione, semplice come andare in figa, semplice come andare in figa, la sentivamo dire ai ragazzi più grandi e ridevamo alla parola figa, ignorando il significato nascosto e carico di antica saggezza di tale formula.)

Insomma, quand’ero un cucciolo di umano si stava il pomeriggio a giocare alla Play Station con il migliore amico di turno, e poi si prendeva la bici e ci si faceva una pedalata fino all’oratorio a prendere per il culo il prete che passava dalla chiesa alla canonica portando scatoloni di candele rosse da accendere per ricordare i morti, o si andava a vedere se c’era qualcuno disponibile a scambiare la figurina del calciatori Panini introvabile, oppure si pedalava fino in zona industriale

(un luogo dove, secondo i ragazzi più grandi, il sabato sera la gente veniva a scopare con la macchina carica di puttane, un fatto della vita che a noi giovani cuccioli di uomo sembrava assolutamente impensabile e sacrilego, scopare all’aperto, fuori da una casa, fuori da un letto, in una macchina, con delle donne sconosciute, era fottutamente impensabile, un po’ come picchiare la propria mamma o desiderare di infilare il pisello nel buco del culo di una ragazza, madonnacheschifo ragazzi ma scherziamo che cazzo dite?!)

e ci appoggiavamo al muro che correva attorno alla fabbrica e si tiravano fuori i petardi e si faceva la gara a chi teneva in mano il raudo acceso per più tempo degli altri e poi si costruiva la montagnola di petardi e gli si dava fuoco e quelli esplodevano e volavano ovunque per aria e ci scoppiavano attorno e noi si rideva mentre le scintille ci sfrecciavano vicino agli occhi e se ci fosse stata una mamma a guardarci poco ma sicuro che si metteva le mani tra i capelli e diceva ma sei matto è pericoloso CI PERDI UN OCCHIO! ma noi eravamo irresponsabili e giocosi da veri giovani cuccioli di razza umana che si rispettino e ci si divertiva con poco e non si aveva paura di farci male perché l’idea del dolore e della morte era un po’ come guardare i Power Rangers alla tv, si sapeva che esistevano ma si sapeva anche che non li avresti mai incontrati per strada e quindi chissenefrega tanto a me non mi tocca.

E a scuola c’erano i gruppetti e le alleanze e c’era sempre il più sfigato della classe che si doveva picchiare negli spogliatoi prima dell’ora di ginnastica, e poi era altrettanto obbligatorio provare pena per lui quando si trovava con gli occhiali rotti e il naso che sanguinava, e le ragazze della classe erano vaghe forme indistinte, esseri curiosi in quanto bizzarri e profondamente diversi da noi, ma non abbastanza interessanti da sconvolgere le nostre vite da bimbi giovincelli, per cui si viveva tutti insieme e si parlava e si scherzava e ogni tanto qualche bimbo giovincello che aveva capito come funzionano le cose si portava una bimba giovincella nei bagni della scuola e si scambiavano i bacetti sulla bocca e se la bimba giovincella era di buon’umore magari ci scappava un grembiulino tirato su e una mutandina tirata giù e poi tutti amici come prima e arrivati al pomeriggio quando suonava la campanella ci si scordava della mutandina e la cosa più importante del mondo diventava l’imminente giro in bici con gli amici per andare all’oratorio a fumare di nascosto una sigaretta in quattro.

Si andava, si faceva, ci si divertiva, e alla sera si andava a letto a dormire sereni e beati come giovani ghiri dopo una dura giornata da giovani ghiri indaffarati.

E poi un giorno ti svegli e ti metti a pensare a come potresti vestirti per andare a scuola, passi in rassegna tutte le felpe che hai nell’armadio e non ce n’è una che va bene, non avrai mai il coraggio di metterti quell’orribile schifezza verde acqua con le stelline gialle che tua zia ti ha regalato per Natale (e pensare che fino a una settimana fa era il tuo indumento preferito) e poi vai in bagno e stai cinque minuti davanti allo specchio per sistemarti i capelli, una cosa che fino a un mese fa era impensabile

(perdere cinque minuti per sistemarsi i capelli? Cinque minuti? Un giovane cucciolo di uomo che vive la vita giorno per giorno non potrebbe trovarci un briciolo di logica neanche in un milione di anni, ma un adolescente sì, eppure la distanza temporale che li divide è irrisoria)

e poi vai a scuola e non è più il momento di scambiare le figurine del calciatore Panini introvabile, basta coi petardi, basta con i giri in bici del cazzo, è giunto il momento di guardare il culo alla compagna di banco e scambiarsi commenti con gli amici sulle dimensioni del seno di qualunque essere femminile conosciuto, è arrivato il momento di esaltarsi per ogni mutandina che si riesce a scorgere, è arrivato il momento di andare in piscina con gli amici non per fare i tuffi del cazzo ma per guardare se la compagna di banco in costume ha veramente le tette così grosse come appaiono sotto quella maglietta rossa attillata che si mette in classe, è arrivato il momento di prendere l’autobus e sfiorare i culi delle ragazze e far finta di niente quando si girano, è giunta l’ora di sorridere anche quando la ragazza che ti piace dice una stronzata, è arrivato il momento di desiderare di infilare il cazzo nel culo di una ragazza.

E le giornate trascorrono più in fretta, tutto è più veloce e ha meno sapore, le cose semplici non sono più belle come una volta, a volte si è tristi per giorni interi

(Tristi per giorni interi??? Un giovane bimbo innocente non riesce a concepire una simile situazione, è come pensare di svegliarsi una mattina e scoprire che il papà non c’è più o che alla maestra sono cresciuti i baffi e ha imparato a volare, assurdo e impensabile, haha)

e si perdono amicizie e rituali e giochi e abitudini e si cambia nel modo di muoversi, di parlare, di pensare.

Si va e si fa, ma non è più una cosa naturale, per andare a fare qualcosa bisogna pensare ai pro e contro, ci si deve programmare tutto, si deve tenere conto delle regole e del giudizio degli altri, insomma, andare e fare qualcosa diventa difficile, e non ci si diverte più come una volta quando tutto faceva ridere ed era sempre nuovo e fresco, e quando si torna a casa la sera si va a letto tardi e ci si rigira tra le lenzuola e si fa fatica a prendere sonno, e capita che a volte si dorma davvero male.



La prima volta è meravigliosa, forse




La prima volta è una cosa meravigliosa.

Nei film romantici con protagonisti dei teenager lacrimosi capita che, ad un certo punto della storia, i due giovani piccioncini vadano a letto insieme per la prima volta. Naturalmente, nonostante nessuno dei due lo abbia mai fatto prima, il ragazzo sembra prestante e navigato quanto un attore porno mentre la ragazza, seppure un po’ timida e impacciata all’inizio, trova inaspettatamente la presenza di spirito e riesce felicemente a raggiungere i quattro orgasmi consecutivi.


Con grande gioia del ragazzo che non ha un capello fuori posto e che continua a martellarla come un disperato senza perdere un colpo. Miracolo della cinematografia.

Ora, quando io vedo certe scene vengo colto da un’irrefrenabile voglia di bere il sangue dei registi, degli sceneggiatori e di chiunque abbia a che fare con la realizzazione di quei cazzo di film. Perché, ad essere sinceri, tutti sappiamo che quelle scene di sesso da prima volta sono delle menzogne fraudolente e vigliacche, che ingannano i cuori speranzosi e romantici delle giovani fanciulle.

E che creano ansia da prestazione fuori misura per i poveri ragazzotti inesperti.

Sinceramente, chi può dire che fare l’amore la prima volta sia stata un’esperienza mistica e assolutamente priva di dolore (per la partner di sesso femminile)?
Chi può dire che mettersi il preservativo la prima volta sia stato facile?
Chi può dire che la penetrazione sia avvenuta istantaneamente, senza il minimo errore
Per essere volgari, chi può dire di aver trovato il buco al primo colpo?

Ecco un dialogo immaginario che può rendere in maniera efficace l’idea di una “prima volta” ambientata nel mondo reale. Ragazzine, leggete e imparate.

Nella stanza di lui.

Boy: Ehm… ce li ho. Li ho presi.

Girl: Cosa?

Boy: I cosi, dai, i cosi…

Girl: Di che cosi parli?

Boy: I profilattici.

Girl: Mmm.

Boy: Come?

Girl: Niente, niente. Beh. Allora. (Lo dice con un tono che lascia intendere che ora è tutto nelle mani del ragazzo)

Boy: Se ti va, potremmo.. Insomma.. (Si impappina)

Girl: Sì?

Boy: (Trova l’ispirazione) Intanto, sappi che io ti amo!

Girl: Anch’io ti amo. (Passiva come una statua)

Boy: Ti amo vuoifarelamoreconme?

Girl: (Ha capito benissimo, ma vuole risentirlo) Come scusa?

Boy: (Odiandosi dal profondo del cuore) Vuoi.. fare.. l’amore.. con me?

Girl: Sì. (Sorride imbarazzata e il cuore inizia a palpitarle nel petto.)

Boy: Ti amo. (Sta già immaginando di metterglielo nel culo mentre lei urla di piacere e lo chiama “stallone bastardo”)

Girl: Ti amo da morire! (Sorride, calcolando l’ipotesi di tirarsi indietro all’ultimo secondo)

I due giovani si spogliano in maniera frettolosa, evitando di parlare.
Il ragazzo lancia occhiate veloci al culo e alle tette della ragazza. La ragazza lo sorprende mentre le sta sbirciando le chiappe. Il ragazzo, per scusarsi, afferma di amarla. Lei sorride e afferma di ricambiarlo.
La triste scenetta si protrae per due minuti, con il ragazzo che le guarda il culo, la ragazza che lo sgama, e lui che dice di amarla. E poi le guarda di nuovo il culo. Infine, la ragazza rimane in perizoma.
Lui, che è rimasto indietro, rimane in boxer e calzino sinistro. Lei se ne accorge, fissa per trenta secondi il calzino, ma non dice niente. Il ragazzo, beatamente inconsapevole, insiste nel fissarle le tette.

Girl: E quello, non te lo togli?

Boy: (distoglie l’attenzione dal seno della ragazza) Come scusa?

Girl: Il calzino.

Boy: (abbassa lo sguardo e nota il suo terribile errore.) Oh, certo. Scusa.

I due si infilano sotto le coperte. Iniziano a baciarsi. Lui allunga le mani ovunque può, cercando di tastarle quindici posti contemporaneamente, tette culo gambe collo orecchie spalle e così via.
Lei è rigida come un pezzo di legno e sta pensando una sola cosa, se mi tocchi là ti ammazzo, se mi tocchi là ti ammazzo, se mi tocchi là ti ammazzo. Intanto, sotto le coperte, il pene del ragazzo si sta facendo coraggio.

Pene: Ce la posso fare. Cazzo, è arrivato il momento! Sono anni che aspetto. Ce la posso fare! Forza, forza!

Testicolo Destro: Siamo tutti con te! Non fare stronzate, mi raccomando! Vai e colpisci, campione!

Testicolo Sinistro: Mah…

Pene: (allarmato) Che c’è? Cos’era quel mah? Cos’era quel mah??

Testicolo Sinistro: Ma no, niente, è solo che… Ho un brutto presentimento…

Testicolo Destro: Cosa? Ma che cazzo stai dicendo? Cioè, sono diciotto anni che aspettiamo questo momento e tu hai un brutto presentimento proprio oggi?

Pene: 
(piagnucolando) Merda lo sapevo merda merda non ce la farò mai…

Testicolo Destro: Ma dai stai calmo, non vorrai ascoltare quel coglione!

Nel frattempo, i due verginelli si tolgono gli ultimi brandelli di stoffa che ricoprono le rispettive nudità e che li tengono ancorati all’ultimo baluardo di castità che rimane loro.
Il perizoma vola fuori dalle lenzuola e plana dolcemente sul pavimento.
I boxer invece restano impigliati nei piedi del ragazzo, che dentro di sé inizia a maledire l’inventore della biancheria intima e spera che sia morto di tubercolosi in un paese freddo e inospitale.
Dopo un po’ di impacciati movimenti sottocoperta (durante i quali ne approfitta per guardare la vagina della ragazza), il ragazzo riesce finalmente a togliersi i boxer.
La ragazza, nel frattempo, ha elaborato una considerevole lista di scuse da usare per evitare di fare sesso, vere chicche del calibro di “La nostra prima volta dev’essere ancora più magica, meglio rimandare” e “Ho mal di pancia, accidenti che sfiga eh?”.
Il ragazzo si volta verso la ragazza. Si baciano. Si dicono “ti amo” per la sessantaquattresima volta.
Poi lui allunga un braccio e prende il preservativo che stava dentro il comodino.

Pene: E quello che cazzo è?

Testicolo Destro: Il profilattico. Stai calmo.

Pene: E a che cazzo serve?

Testicolo Destro: Ti ci devi infilare dentro. Serve perché la ragazza non rimanga incinta. Stai calmo, ti ho detto. E smettila di mangiarti le unghie, porca puttana!

Pene: (urlando) Mi ci devo infilare cosa??? Ma che, stiamo scherzando?

Testicolo Sinistro: Ho sentito dire che un pene una volta ha reagito male al lubrificante del profilattico, si è gonfiato tutto, poi è marcito e si è ricoperto di bolle e…

Testicolo Destro: Ma smettila, è solo una leggenda! Non dire cazzate! E tu stai calmo cazzo, andrà tutto bene!

Pene: (guardandosi intorno nervosamente) Si è gonfiato tutto hai detto???

Il ragazzo estrae il preservativo dalla bustina e si accorge improvvisamente di ricordare una moltitudine di statistiche che provano il fatto che quei maledetti cosi si rompono, si rompono, si rompono. Davanti agli occhi gli scorrono le immagini della sua futura vita da padre.
La ragazza, nel frattempo, osserva il preservativo tra le dita del ragazzo con uno sguardo dubbioso. Sta pensando Ehi bello, col cazzo che mi metti dentro quella cosa viscida.
Intanto il ragazzo, ignaro (e indifferente) ai sentimenti della ragazza, si appresta a infilare il profilattico, mentre elabora un possibile piano di fuga dall’Italia.

Tentativo 1: Lo infila storto, rischiando di strapparlo. Ride ansiosamente mentre se lo sfila, guardando la ragazza di sfuggita. Lei sta valutando l’idea di scoppiare a piangere.

Tentativo 2: Lo infila, ma senza premere con le dita sul serbatoio in cima. Come risultato ottiene che il Durex si riempia di aria fino a sembrare un palloncino da luna-park. Il ragazzo, insospettito, afferra la carta delle istruzioni che sta nel comodino e nota che il suo errore poteva costargli la probabile esplosione del profilattico con successiva fuoriuscita di sperma e gravidanza istantanea. Si fa prendere dal panico, ma cerca di mantenere il sorriso, e sfila di nuovo il tutto, tirando come un ossesso. Il Durex si allunga come una biscia e si stacca con un sonoro schiocco. La ragazza, seppur spaventata, comincia a trovare la faccenda quasi comica.

Tentativo 3: Tenta di infilarlo, gli scivola dalle mani, cade sul pavimento. Lo recupera e si scusa con la ragazza dicendole che la ama. Lei risponde di amarlo a sua volta, balbettando.

Tentativo 4: Tenta di infilarlo, gli scivola di nuovo, si perde tra le pieghe delle lenzuola. Il ragazzo, disperato, lo ritrova dopo un’estenuante ricerca durante la quale ripete Ti amo Ti amo Ti amo a intervalli di cinque secondi. La ragazza lo rincuora, e trattiene uno sbadiglio.

Tentativo 5: Lo infila in maniera corretta, esultando dentro di sè. La ragazza comincia a vedere una luce in fondo al tunnel.

Pene: Sto soffocando, cazzo!

Testicolo Destro: Tra un po’ ti ci abitui, non fare il tragico ora!

Pene: E se muoio?

Testicolo Destro: Non muori, non muori. Concentrati sulla figa, piuttosto. Guarda che tette! Le hai viste? Ma guardale, diavolo!

Testicolo Sinistro: Ragazzi, non vorrei interrompervi, ma io la vedo brutta.

Testicolo Destro: E tu stai zitto, bastardo!

Il ragazzo sorride e si porta sopra alla ragazza. I due si trovano faccia a faccia. La ragazza comincia a sentire una dolce sinfonia di archi e violini nella testa. Il ragazzo sta calcolando se riuscirebbe a toccarle una tetta abbastanza velocemente da evitare di scivolare e sbattere il naso sulla fronte di lei. Decide di passare oltre, e si appresta alla penetrazione, non sapendo minimamente come fare.

Boy: Allora io, vado, eh?

Girl: Sì ma non farmi male!

Boy: Tranquilla bimba.

Girl: Sai dove.. sai come fare?

Boy: Eh, sì, io lo spingo ed entro… cioè, te lo infilo.. voglio dire, dentro la vagi..

Girl: Ok, ok. Ma fai piano.

Boy: Certo.

Girl: Mmm.

Boy: Che c’è?

Girl: Non è quello.

Boy: Ah. Scusa. Magari un po’ più su?

Girl: Eh, sì. Ma piano, che mi fai male.

Boy: (iniziando ad irritarsi) Non ti ho ancora toccata.

Girl: Ok.

Boy: Mmmmm.. E’ qui? Cos’è?

Girl: Ma dove sei?

Boy: Non sono dentro?

Girl: Non credo. Guarda che mi fai male, vai con calma.

Boy: Ma se non sono dentro!

Girl: Ma quando lo sarai potrebbe farmi male.

Boy: (odiandola) Ok. Andrò piano. Qui è giusto? Spingo qui?

Girl: E io che ne so?

Boy: (sognando una futura vita da omosessuale) Tranquilla. Mi sposto. Qui?

Girl: Penso di sì.

Boy: Ok. Vado?

Girl: Ok, ma piano, eh?

Boy: Ti amo. Vado.

Girl: (rendendosi conto che non lo ama e non lo amerà mai) Piano. Ti amo.


Pene: Non si vede niente là dentro. Io non ci vado, mi dispiace, ma per chi mi avete preso? Non mi fido, mi dispiace, tanti saluti.

Testicolo Sinistro: Qualcuno di voi due ha mai pensato che potrebbe essere piena di sifilide o chissà quali altri malattie mortali?

Testicolo Destro: (disgustato) Vi odio, stronzi.

La penetrazione riesce. Il rapporto ha inizio. Il tutto durerà cinque minuti. La ragazza ha sofferto e basta. Il ragazzo ora riesce a pensare solamente "Domani a scuola lo dico agli altri."

La nebbia nel cuore dell'uomo

Un essere che si abitua a tutto.

Ecco, credo, la migliore definizione dell’uomo.

- Fëdor Dostoevskij -



Prima ho letto su Repubblica che da qualche parte in Italia hanno derubato una donna di 82 anni.

Ah, quasi dimenticavo: le hanno tagliato le mani e l’hanno sgozzata.

Probabilmente perché il ladro (o i ladri?) temeva che una donna ottantaduenne avrebbe potuto dargli filo da torcere. Hahaha.

Comunque, non è del tragico destino della vecchietta che voglio parlare. Quello che mi ha colpito di questo caso è l’accanimento perpetrato sulla donna.

Tagliarle le mani? Squarciarle la gola? Perché? Non sarebbe bastata una botta in testa e via?

Aveva 82 anni, era una cazzo di mummia, probabilmente il ladro avrebbe anche potuto fornirle il proprio nome cognome e indirizzo che tanto dopo mezz’ora sarebbero andati dimenticati.

Immaginatevi questo tizio, seduto a cavalcioni sul cadavere della vecchia sgozzata e riversa sul pavimento, che suda e impreca mentre cerca faticosamente di segarle via la mano destra con un coltello. La mano si stacca, lui la tiene sospesa in aria per un momento, la osserva, la getta sul pavimento. E comincia a segare via la sinistra.

Dove sta il senso in tutto ciò? Perché tanta crudeltà?

Una vecchia di 82 anni, porca troia. Ha passato 82 anni di merda su questo pianeta di merda beccandosi tutto lo sconforto di merda che caratterizza la vita di ogni essere umano di merda sulla faccia della terra, 82 anni diocristo e probabilmente

si alzava ogni cazzo di mattina con la schiena che le faceva male

andava in bagno a orinare e vedeva tracce di sangue nel piscio
andava a letto la sera con la voglia di parlare con qualcuno, la voglia di compagnia e affetto umano che la tormentavano
ma i figli hanno una famiglia ormai e il marito è morto e lei passa le giornate in casa da sola guardando Magalli e Barbara D’Urso e Gerry Scotti

cucinandosi brodini di pollo e risotti ai funghi e preparando ogni santo giorno un bel thé caldo alle cinque in punto per ospiti che non arriveranno mai

bevendoselo da sola seduta su un divano polveroso mentre a La Vita in Diretta mostrano uomini che parlano con gli angeli e donne che hanno dato la vita per i propri figli

e appeso alla parete l’orologio manda il suo ticchettio inarrestabile mentre i minuti passano inesorabili e fuori il sole tramonta e inonda la stanza di calda luce arancione e tra poco è sera e la stanza diventerà buia tranne che per quel po’ di luce che viene dallo schermo della tv accesa e sintonizzata su qualche programma privo di senso e ancora dopo arriverà la notte e dovrò spegnere la tv e allora sarà il momento di andare a letto a dormire e chissà se domani mi alzerò o se rimarrò distesa fredda morta di vecchiaia e allora forse questo è il mio ultimo giorno di vita qui e io

(lei)

e io sto seduta su un divano polveroso a bere thé e guardare la tv e
e

e

e tutto questo per cosa?

(per cosa?)

per finire con la gola tagliata e le mani mutilate, sul pavimento della propria casa, da uno sconosciuto disperato a caccia di qualche euro?

E’ giusto? C’è un senso logico, da qualche parte?

Ovviamente, no.

Ma a qualcuno bisogna pur dare la colpa, no?

E allora è inutile parlare di dio e piani divini e destino e sfortuna e non c’è da perdere tempo a cercare un senso o una consolazione che non arriverà mai, la vita è caos e disfacimento e se si deve trovare un colpevole allora quello è l’essere umano

perché facciamo schifo

perché siamo solo stupidi animali dotati di intelligenza e della capacità di immaginare e creare, e la fantasia può farti costruire le navette spaziali e girare i film che fanno sognare la gente e scoprire cure per malattie che salvano i popoli e la fantasia può divertirti ed essere tua amica e aiutarti a passare in modo piacevole i noiosi pomeriggi di pioggia di novembre ma la fantasia

può anche trasformarsi in un’arma e ti spinge a fare del male solo per sperimentare qualcosa di nuovo e così crei la bomba atomica la lanci e friggi migliaia di persone tutte assieme e fai del male alla gente e menti a qualcuno che ti vuole bene e ti senti in colpa ma nello stesso tempo sorridi dentro ed è un sorriso brutto ma soddisfacente e insulti un debole e picchi una persona irritante

e uccidi una donna anziana e le tagli le mani perché oltrepassi un certo limite perché la fantasia non ha limite l’uomo non ha limiti l’intelligenza umana non ha limiti l’essere umano è in grado di fare tutto e ogni cosa che vuole è sua e la mente umana è grande infinita affascinante geniale meravigliosa ricca di sorprese ma l’altro
lato della medaglia è buio ripido fragile disturbato

e a un certo punto un furto in una casa diventa una faccenda un po’ più seria

hai perso il controllo

la situazione ti è sfuggita di mano

non volevi arrivare a tanto

non avresti mai immaginati di poterlo fare

è una cosa deplorevole e immorale

ma

ormai l’hai fatto

non riesci a crederci

ma l’hai fatto

diocristo

com’è possibile arrivare ad essere così cattivi

così crudeli

così sconsiderati

cose da pazzi

bisogna essere malati al cervello per fare certe cose

sicuramente

bisogna avere qualche rotella fuori posto

perché la gente non è cattiva di natura

o almeno così ti dicono in chiesa

e te lo dicono in tv

e te lo dicono anche i tuoi genitori

ma la verità è che

a questo mondo ci sono i buoni e i cattivi

ma i buoni sono solo cattivi un po’ meno cattivi di altri.




La nascita dell'uomo



Voglio raccontarvi una storia.

C’è questo ragazzo, che chiameremo Jack, e c’è questa ragazza, che chiameremo Lily.

Jack è un ragazzo nella media. Ha una moderata riserva di amici, a scuola non eccelle ma neanche rischia di venire segato, esce spesso a divertirsi, ha fatto diverse esperienze stupide come molti dei ragazzi della sua età, ha avuto una discreta quantità di ragazze.

La gente dice di lui che è un ragazzo simpatico, alla mano.

Lily è una ragazza nella media. Ha le sue amiche/nemiche, a scuola va bene, esce spesso per rilassarsi e scaricare la tensione accumulata durante la settimana, non ha fatto molte esperienze stupide perché è una ragazza responsabile, ha avuto una discreta quantità di ragazzi.

La gente dice di lei che è una brava ragazza, socievole e allegra.

Un giorno, i due si incontrano. I particolari del loro incontro sono irrilevanti.

Poco tempo dopo, i due ammettono chiaramente di stare bene insieme.

Formano una coppia.

Si scambiano baci, carezze. Si stringono.

Passano ore a parlare di tutto e tutti, a commentare e a scherzare su ciò che il mondo offre loro.

Possono stare pomeriggi interi a guardare stupidi programmi televisivi, possono fare passeggiate interminabili mano nella mano, possono stare seduti in un bar del centro a bere aperitivi e scambiarsi opinioni sulla gente che vedono passare là fuori per le strade, possono andare in discoteca il sabato sera e ballare abbracciati e baciarsi come due sedicenni vogliosi mentre attorno a loro tuona la musica e la gente ingoia pasticche o incita il deejay a cambiare disco.

Possono fare l’amore, e lo fanno. Possono farlo in maniera dolce, tenendo un ritmo lento e delicato, guardandosi negli occhi cercando di trasmettersi ciò che provano con la forza dello sguardo, o possono farlo in maniera spinta, andandoci giù veloci e aggressivi, unghie che graffiano e sudore che scorre e mani che stringono e respiro ansimante.

Possono fare progetti. Possono immaginare il loro futuro, e lo fanno, e hanno fiducia che tutto andrà bene, perché sanno che fino a che rimarranno l’una accanto all’altro non c’è nulla che potrà andare storto.

Jack e Lily hanno una bella storia. Una storia che dura, e avanza inesorabile nel tempo. Si fotta il resto del mondo, per Jack esiste solo Lily e per Lily esiste solo Jack.

Ma c’è un altro ragazzo nella nostra storia, che chiameremo Johnny.

Johnny è un ragazzo nella media. Ha una moderata riserva di amici, a scuola non eccelle ma neanche rischia di venire segato, esce spesso a divertirsi, ha fatto diverse esperienze stupide come molti dei ragazzi della sua età, ha avuto una discreta quantità di ragazze.

Un bel giorno, Lily incontra Johnny. I particolari del loro incontro sono irrilevanti.

Poco tempo dopo, Lily ammette che non sta più bene con Jack. E se ne va da Johnny.

Lily e Johnny escono dalla nostra storia. Dove andranno? Cosa faranno? Avranno una vita felice? Riusciranno a regalarsi un po’ di felicità a vicenda? Moriranno dolorosamente, bruciati vivi in un incidente stradale? Jack non riesce a far altro che porsi tutti questi interrogativi durante le lunghe, lunghe giornate post-Lily.

Jack è un uomo depresso. E’ scoraggiato. Ha perso la fiducia nella gente.

Si sente tradito nel profondo, quando sa benissimo che ha dato il massimo di sé. Non si rimprovera nulla, e ha ragione di non farlo. A volte pensa che forse sarebbe stato meglio se avesse effettivamente fatto qualcosa di sbagliato: almeno la sua rottura con Lily acquisterebbe un senso.

Ma non è così, e allora Jack non può far altro che imparare a rassegnarsi e a capire che se l’è presa nel culo perché, semplicemente, il mondo va così.

Jack inizia a bere, inizia ad uscire di più, studia sempre di meno, rientra a casa ad orari assurdi, frequenta gente irrequieta, ha svariate relazioni con ragazze di cui a volte non conosce neppure il nome e che non gli trasmettono nulla dal punto di vista sentimentale.

Jack sviluppa una solida diffidenza verso il genere umano, e non trova più il lato buono delle cose che fanno parte della sua vita. Jack non riesce a instaurare un legame profondo e sincero con nessuno. Jack mente, inganna, manipola gli altri. Jack diviene un egoista che pensa solo a sé stesso e si lascia vivere giorno per giorno, senza progettare un futuro, senza impegnarsi in qualcosa, cercando sempre e solo di soddisfare i suoi bisogni. Jack diventa una persona insensibile e arrogante.

Jack è un uomo nuovo, signori e signore.

Jack è un uomo migliore.

Jack ha finalmente capito come funziona il mondo, Jack non proverà mai più dolore, Jack otterrà il piacere che gli serve grazie a droghe e sesso, Jack non dovrà mai più preoccuparsi degli altri, Jack non dovrà dimostrare niente a nessuno, Jack potrà tranquillamente sbattersene di essere all’altezza delle aspettative, Jack ha finalmente smesso di lottare in un torneo dove non si vince un cazzo.

Signori e signore, un applauso per Jack.



Droga o non droga, questo è il dilemma

Scala razionale per valutare il reale danno
dell’abuso di droghe,
pubblicata dalla rivista scientifica “The Lancet”


“Alla base dell’assunzione delle droghe, di tutte le droghe, anche del tabacco e dell’alcool, c’è da considerare se la vita offre un margine di senso sufficiente per giustificare tutta la fatica che si fa per vivere. Se questo senso non si dà, se non c’è neppure la prospettiva di poterlo reperire, se i giorni si succedono solo per distribuire insensatezza e dosi massicce di insignificanza, allora si va alla ricerca di qualche anestetico capace di renderci insensibili alla vita.”


Percepire le cose in maniera differente, alterare i propri sensi oltrepassando un certo limite, perdere contatto con la realtà quotidiana e socialmente accettata, lasciarsi andare a una totale e appassionata esaltazione dei sentimenti più profondi e primitivi dell’uomo, lasciando da parte quella pesante palla al piede conosciuta col nome di ragione.

Drogarsi.

Gli effetti psicologici dell’MDMA (Ecstasy) più comunemente riportati sono:

Entactogenesi: è una sensazione generale in cui tutto pare giusto e buono per il mondo. Soggetti sotto MDMA descrivono spesso una sensazione di pace e di gioia totale (una felicità che va oltre ogni immaginazione, imparagonabile). Inoltre tutto ciò che generalmente può apparire quotidiano e banale appare come incredibilmente bello e interessante. Lo scienziato Alexander Shulgin, che la sintetizzò nuovamente nei primi anni settanta racconta che le montagne che aveva visto per anni apparvero così belle da non poter sostenere la loro vista.

Empatogenesi: è una sensazione di sintonia emotiva con l’altro, insieme a una completa rimozione delle barriere relazionali nella comunicazione. Soggetti sotto MDMA riferiscono di una sensazione di maggiore facilità nella comunicazione: qualsiasi chiusura sembra scomparire. L’accresciuta vicinanza emotiva all’”altro” rende la relazione interpersonale molto gratificante. Molta gente utilizza l’MDMA principalmente per questo tipo di effetti, rendendo situazioni sociali potenzialmente difficili e imbarazzanti (appuntamenti, discoteche, ecc.) più brillantemente gestibili.

L’ultrapercettività dei sensi: L’MDMA può aumentare significativamente l’intensità delle percezioni sensoriali – tatto, propriocezione, vista, gusto e olfatto. È abitudine dei consumatori toccare ripetutamente oggetti dai materiali più disparati, gustare od annusare vari alimenti o bevande.

Ogni sconosciuto diventa un amico. Le relazioni sociali sono più semplici e più appaganti, una volta messa da parte quella viscida pellicola di opportunismo e diffidenza che solitamente caratterizza i rapporti umani. Parlare e interagire con il prossimo diventa un piacere, un incontro tra due menti che si aprono l’una all’altra alla ricerca di una sintonia completa e libera dalle paure e dai condizionamenti della vita di tutti i giorni. Fidarsi completamente del prossimo diventa possibile.

Drogarsi.

Gli effetti indotti dall’uso di hashish, che viene generalmente fumato assieme al tabacco, ma può anche essere ingerito, sono svariati; hanno differente intensità a seconda del soggetto, dalle circostanze psico-fisiche in cui la si assume, e dell’assuefazione del fumatore. Oltre agli effetti collaterali comuni al consumo di tabacco, i principali effetti sono:

- rilassamento;

- forte diminuzione di eventuale nausea

- attenuazione della reattività fisica;

- amplificazione delle percezioni sensoriali e delle esperienze estatiche;

- temporaneo abbassamento della pressione sanguigna;

- sensazione di alterazione delle percezioni;

- ilarità incondizionata;

- focus cognitivo verso la distorsione della realtà;

- distorsione temporanea della memoria;

- aumento della fame al calare dell’effetto (la cosiddetta fame chimica)

- diminuzione della salivazione.

Riconoscere che la vita quotidiana non soddisfa le proprie aspettative. Venire a patti con la realtà e mettere da parte le false ipocrisie, ammettendo (anche inconsciamente) che il grigiore e il costante senso di depressione latente che accompagna la propria esistenza non si potrà mai eliminare in maniera definitiva. Ma si può allontanare e/o dimenticare per dei limitati periodi di tempo grazie all’utilizzo di una qualche sostanza: limitati periodi di tempo che possono essere paragonati a qualche sporadica e misericordiosa boccata d’ossigeno mentre si sta annegando.

Drogarsi.

La nostra gloriosa società condanna l’uso delle droghe nonostante il fatto che essa stessa è la causa principale per cui le persone ricorrono alle droghe. Fare uso di droga è capire che è inutile cercare di controllare le nostre vite: tutto è instabile, nulla è certo, l’importante è cercare il più possibile di soddisfare gli istinti e stare bene l’uno con l’altro, insieme.

Drogarsi.

Non aprite quel film dell'orrore


I film dell’orrore appartengono ad un genere che mi è sempre piaciuto: un maniaco che perseguita e terrorizza a morte delle ragazze urlanti? Fantastico, sembra la descrizione della mia vita sociale.

Ho sempre gustato i film tipo Scream, Non aprite quella porta, quelli di Freddy Kruger e di Jason: adoro vedere ragazzi e ragazze che sanno di rischiare la pelle e nonostante questo non accennano a fare qualcosa di intelligente, tipo scappare col primo volo per l’Argentina o scoparsi la figa di turno poco prima di venire squartati.

No, loro se ne stanno sempre rinchiusi in qualche stanza isolata a lamentarsi del fatto che qualcuno vuole ucciderli.

***

“Ma perché quel sociopatico del cazzo se la deve prendere con noi?” esclama Judy, la secchiona del gruppo, con espressione disperata.

“Sono stufo di questa situazione del cazzo!” annuncia Nick, il giocatore di football e belloccio di turno.

Si alza in piedi con aria decisa.

“Non permetterò a quel maniaco del cazzo di giocare con le nostre vite!” esclama rabbioso, mentre gli altri lo guardano ammirati, pronti a ricevere istruzioni per salvarsi.

Dopodiché Nick torna a sedersi, scuotendo la testa.

“Ma non so proprio come fare per salvare la pelle” mormora scoraggiato, mentre dalla finestra si vede passare per strada l’esercito militare degli Stati Uniti che cerca qualcuno a cui offrire soccorso.

“Siamo fottuti, nessuno può aiutarci questa volta” conclude Jack, l’esperto di computer del gruppo, e va a chiudere le tende della finestra, mentre davanti alla casa sta passando un gruppo di agenti dell’FBI e qualcuno della CIA.

“Sono troppo bella per morire!” esclama Megan, la figa del gruppo, “E pensare che dovrò morire vergine! Oh, quanto avrei voluto fare sesso almeno una volta prima di morire!” continua lei, abbracciando Nick e premendogli le tette sulla faccia.

“Hai ragione, Megan”, risponde Nick, “E’ un peccato che tu muoia vergine, ma non ci possiamo fare niente, nemmeno io, che tanto avrei voluto. Ma ora non possiamo, non capisci? Siamo già spacciati”

“E pensare che mi piaceva così tanto fare pompini a chiunque capitasse!” urla Megan disperata, correndo da Jack e inginocchiandosi in lacrime davanti a lui.

“Megan, cerca di mantenere la calma. Dobbiamo ragionare a sangue freddo se vogliamo avere almeno una speranza di sfuggire al killer misterioso” la conforta Jack, aiutandola a rialzarsi.

***

Il problema di questi film secondo me è il realismo quasi assente, che in un film dell’orrore, può guastare irrimediabilmente l’atmosfera di tensione.

***

“Tesoro, il killer ci squarterà uno dopo l’altro e ci farà a pezzi e userà la nostra pelle per costruirsi un orrenda maschera da indossare!”

“Tranquilla piccola , adesso l’importante è trovare Mark, che è scomparso da cinque ore dentro questa vecchia casa buia e misteriosa, ma che sicuramente starà bene.
Dopodiché dovremmo solo trovare Katy, che aveva detto che sarebbe tornata entro dieci minuti ma che purtroppo non si fa vedere da due giorni.
Una volta recuperati i nostri amici scomparsi basterà semplicemente montare sulla nostra vecchia Ford scassata e quasi senza benzina, tornare alla stazione di polizia che abbiamo visitato questa mattina -te la ricordi, vero? Esatto, quella col poliziotto morto disteso sulla scrivania in un lago di sangue- e finalmente potremmo denunciare alle autorità del fatto che c’è un serial killer che vuole sbudellarci uno per uno.”

“Va bene tesoro, andiamo a cercare Mark. Hai una torcia?”

“Sì, ce l’ho, ma mentre parlavo con te l’ho tenuta accesa e ora si sono scaricate le batterie.”

“Capisco. Hai un accendino o un fiammifero?”

“No, mi spiace.”

“Ma tu fumi!”

“Scusa piccola, proprio ieri ho deciso di smettere.”

“Almeno sei armato?”

“Sì, ho una pistola scarica.”

“A che diavolo ti serve una pistola scarica?”

“Tranquilla piccola, il killer non lo sa che è scarica!”

“Ho sentito, ho sentito… Perché diavolo lo stai urlando?!”

“Ho detto: IL KILLER NON LO SA CHE E' SCARICA!”

“Smettila di urlare e andiamo a cercare Mark.”

“Va bene, piccola. Io direi di seguire questa scia di sangue che c’è sul muro. Sicuramente ci porterà da qualche parte.”

Come guadagnare la gloria eterna in breve tempo

Molte persone hanno un sogno, e quel sogno è: lasciare una traccia di sé in questo nostro piccolo grande mondo.

Abbiamo allora cantanti, e pittori, scrittori e scultori, allenatori di calcio che sognano di vincere il Mondiale, giornalisti che ambiscono al premio Pulitzer, scienziati che cercano la cura per il cancro.

La domanda che mi pongo è: come si fa ad essere sicuri che, una volta tirate le cuoia, il ricordo di noi e di quello che abbiamo fatto resti vivo per sempre nei cuori e nelle menti di chi verrà dopo di noi?

In altre parole: come posso fare per essere sicuro che quando sarò morto verrò ricordato dai posteri, mentre gli altri sfigati cadranno nell’oblio che si meritano?

Per giorni e giorni mi sono arrovellato, rimuginando su che cosa avrei potuto fare di così grande ed eccezionale da farmi meritare la gloria eterna, ed infine sono arrivato alla soluzione: devo uccidere qualche milione di persone.

Geniale: nessun altro uomo nella storia ha mai fatto tanto.

Solo Hitler e i MacDonald hanno spento così tante vite: ma Hitler aveva dalla sua un bel po’ di fanatici nazisti che l’hanno aiutato nell’impresa, mentre i MacDonald hanno il vantaggio di saper ideare delle ottime campagne pubblicitarie che lasciano senza scampo.

Adesso quello che mi manca è soltanto un’arma nucleare e un ottimo avvocato. Dopodiché potrò mettere in pratica il mio meraviglioso piano per meritarmi un posto nei libri di storia. Già mi vedo i titoli dei capitoli che mi verranno dedicati:

Il 2008: l’atomica che spazzò via l’Italia.

La pazzia di Faina: l’esplosione della bomba atomica in Italia.

Il tramonto della penisola italiana: Faina e la bomba.

Fantastico, probabilmente ci faranno persino un film.

Mi piacerebbe che il mio personaggio venisse interpretato da un attore di talento, che gli sappia dare il giusto tocco di follia e risolutezza, un pizzico di aggressività, e una solida base di coraggio e sfrontatezza.

Il vecchio che faceva Capitan Findus sarebbe un ottimo candidato.




John Hewer

(13 gennaio 1922 – 16 marzo 2008)

Ne danno il triste annuncio

i figli e i bastoncini di merluzzo.


Alice nel paese delle stronzate



Alice stava sonnecchiando sotto un albero di mele, quando all’improvviso fu svegliata da un leggero formicolio. Aprì gli occhi e vide un coniglio bianco che le stava leccando le parti intime.

<<Oibò, coniglietto pazzerello, che fai?>> chiese Alice stupita.

<<Ti lecco la figa, brutta sgualdrina. Ora stai zitta.>> rispose il coniglio bianco, e riprese a slinguazzare la passera di Alice.

Alice lo lasciò fare per qualche minuto, dopodiché lo allontanò con un brusco gesto della mano.

<<Ahia ahia, coniglietto pazzerello, mi hai morso il clitoride con troppa forza!>> esclamò Alice.

<<Non è colpa mia se hai la figa secca come il Sahara, sporca puttana.>> rispose amabilmente il coniglio bianco. <<Se vuoi vivere fantastiche avventure e fare nuove esperienze ai limiti dell’incredibile, vieni con me! C’è un magico mondo incantato che ti aspetta!>> disse il coniglio.

<<Mi stai proponendo di cominciare a sniffare cocaina, coniglietto?>> chiese Alice.

<<Ma no, ignobile avanzo di carne putrefatta che non sei altro! Ti sto proponendo di entrare con me nel magico Paese delle Meraviglie!>>

<<Appunto. Cocaina.>>

Il coniglio allora si arrabbiò con Alice.

<<Razza di stupida deficiente, vuoi seguirmi o no? Non ho tempo da perdere con ragazzine idiote.>>

Alice ci pensò su un momento, dopodiché decise di seguire il coniglietto. I due si inoltrarono insieme nella foresta, fino a che non giunsero ad un grande buco che si apriva nel terreno.

<<Cos’è quel buco, coniglietto?>> chiese Alice, indicandolo con la mano.

<<E’ l’entrata per il Paese delle Meraviglie, sciocca biondina.>> rispose il coniglio bianco.

<<Ci dobbiamo entrare?>> chiese allora Alice.

<<Ma le domande stupide ti vengono naturali o le pensi di notte?>> chiese il coniglio bianco.

<<Le penso di notte.>> rispose Alice, masturbandosi selvaggiamente.

<<Smettila di dire cazzate e salta nel buco, vacca puzzolente.>> esclamò il coniglio bianco.

Alice saltò nel buco, e cadde, cadde, cadde fino a che non atterrò diritta in mezzo ad un enorme distesa d’acqua, sollevando alti spruzzi tutt’intorno a sé.

<<Aiuto! Aiuto!>> si mise ad urlare, annaspando freneticamente.

<<Sto arrivando, Alice!>> sentì rispondere una voce da poco lontano.

Dopo qualche istante una bellissima bagnina bionda dai grandi seni sodi la raggiunse, sguazzando veloce nell’acqua come un delfino, e la trascinò fino a riva.

<<Grazie, mia salvatrice.>> sussurrò Alice sputando acqua e alghe, <<Senza di te sarei affogata. Posso sapere il tuo nome?>>

<<Sono Pamela Anderson, mia cara Alice. Che ne dici se ci baciamo e poi ci masturbiamo a vicenda? Poi ho anche un vibratore se vuoi.>>

<<Certo che mi va, bella gnocca.>> rispose Alice, raccogliendo una conchiglia dalla sabbia e infilandosela nel culo.

Le due giovani donne consumarono con passione il loro atto sessuale lesbico, filmando tutto con una videocamera.

Una volta fumata la sigaretta di rito, Alice salutò la bionda Pamela e partì alla scoperta del nuovo mondo in cui era arrivata. Fu così che, dopo qualche ora di cammino, incontrò nel bel mezzo del bosco uno strano gatto viola.

<<Ciao, bel gattino, posso sapere come ti chiami?>> chiese Alice inginocchiandosi e accarezzando il lucido pelo del gatto.

<<Mi chiamo Merda.>> rispose il gattino viola.

<<Che bel nome. Io, però, ti avrei chiamato Stregatto. Secondo me ti si addice di più.>> disse Alice ridendo.

<<Che cazzo ridi, stronza? Mi chiamo Merda, punto. Ficcatelo nel culo il tuo Stregatto.>> esclamò il gattino, e con un balzo poderoso atterrò su Alice e la inchiodò a terra.

<<Che vuoi fare, bel gattino?>> mormorò Alice.

<<Trombarti.>> rispose il gatto viola, e con un rapido colpo di bacino inserì la coda dritta dritta nella passerina di Alice.

<<Ho fatto sesso con gatti che avevano la coda più grande della tua.>> disse Alice, fissando il gatto viola con disprezzo.

<<Forse ti confondi con i ghepardi.>> rispose il gatto.

<<Ah già, è vero. Erano dei ghepardi. Scusa.>>

<<Ma figurati.>> urlò il gatto viola, venendo con forza.

Una volta fumata la sigaretta di rito, Alice chiese al gatto:

<<Senti un po’, Stregatto, non è che sai consigliarmi un bel posticino dove posso trovare un letto per la notte?>>

Il gatto ci pensò su un momento, poi spense la sigaretta e rispose:

<<Mi chiamo Merda, lo vuoi capire, lurida imbecille? Comunque potresti alloggiare a casa del Cappellaio Matto. Ma stai attenta, è un tipo un po’ strano.>>

<<E’ matto?>> chiese Alice.

<<Ma le domande stupide ti vengono naturali o c’è un altro idiota che te le suggerisce?>> chiese il gatto viola.

<<C’è un idiota che me le suggerisce.>> rispose Alice, inserendosi delle pigne nel culo.

E fu così che Alice salutò Merda (o Stregatto) e si diresse verso la casa del Cappellaio Matto.

Durante il cammino però vide una nuvola di fumo alzarsi da dietro un cespuglio.

Incuriosita, si avvicinò pian piano e gettò un’occhiata, per vedere da dove provenisse tutto quel fumo grigio e puzzolente. Sorpresa sorpresa, dietro il cespuglio trovò un Bruco blu che stava fumando la pipa!

<<Oibò, piccolo bruco blu, ma non lo sai che fumare fa male?>> chiese Alice.

<<Sei venuta qui per portare sfiga?>> chiese allora il bruco, guardando Alice con sospetto.

<<Assolutamente no, piccolo bruco. Mi preoccupo solo del fatto che di questo passo morirai di cancro terminale ai polmoni. Posso sapere il tuo nome?>> chiese Alice, sedendosi vicino al bruco.

<<Mi chiamo Bruco Marlboro.>> rispose l’insetto, passandole la pipa.

<<Piacere, Bruco Marlboro. Io sono Alice. Posso chiamarti Brucaliffo, come hanno fatto quelli della Disney?>> chiese Alice, e tirò una boccata dalla pipa.

<<No che non puoi, oca giuliva dal culo grosso.>> rispose offeso Bruco Marlboro, e si riprese la pipa con un gesto di stizza.

<<Che c’hai messo dentro quella pipa?>> chiese Alice, incuriosita.

<<Marijuana.>> rispose Bruco Marlboro, e allungò una zampetta per toccare il seno ad Alice.

<<Che fai, mi tocchi? Tieni le mani a posto.>> esclamò Alice.

<<Scusa.>> disse Bruco Marlboro, e scoppiò a piangere, singhiozzando con forza.

<<Su, su… Non volevo essere scortese.>> disse Alice impietosita, posando un braccio attorno alle spalle del bruco.

<<Ma no, tu hai ragione, non avrei dovuto farlo. E’ solo che… sono due anni che mia moglie non me la dà, non c’è verso, e io.. davvero, non ce la faccio più…>> mormorò il bruco, e riprese a piangere.

<<Oh, povero Bruco Marlboro.>> disse Alice, passandogli un fazzoletto.

<<Non ce la faccio, più, veramente, ho una voglia di figa pazzesca, mi masturbo tutti i giorni ma non mi basta mai, sto impazzendo!>> urlò il bruco, <<Ti prego, Alice, fai sesso con me! Ti scongiuro!>>

<<Ehi, ma per chi mi hai preso, credi che io sia una puttana?>> esclamò Alice sdegnata, facendo un pompino ad uno scoiattolo che passava di là.

<<E’ una domanda retorica?>> chiese il bruco.

<<Mi hai stancato. Me ne vado.>> sbottò Alice, alzandosi in piedi e voltando le spalle a Bruco Marlboro.

<<Aspetta, torna indietro! Ti prego, scopiamo!>> le urlò il bruco, disperato.

<<Smettila, non sono mica una troia a pagamento!>> gli rispose Alice, mentre un gruppo di cervi le eiaculava sul viso.

E fu così che Alice, camminando e camminando, giunse infine alla casa del Cappellaio Matto. L’edificio era dipinto di vari colori, le finestre erano a cerchio, sul tetto si contavano ben quindici caminetti, e sul giardino davanti alla porta d’ingresso erano sparse qua e là diverse bustine di zucchero ancora chiuse.

“Questo dev’essere davvero pazzo”, pensò Alice pisciandosi in mano e bevendo avidamente il caldo liquido giallo.

<<Chi va là!>> urlò qualcuno da dietro la porta d’ingresso.

<<Sono Alice, signor Cappellaio. Mi chiedevo se potevo alloggiare qui per stanotte, se a lei non dispiace!>> rispose Alice, scrutando timidamente la porta ancora chiusa.

<<Alice fatta di carbone?>> chiese la voce dopo qualche secondo di silenzio.

“Che cavolo sta dicendo?” pensò Alice, ma decise di rispondere ugualmente.

<<Sì, sono proprio io.>>

La porta si aprì delicatamente e ne uscì un vecchietto, vestito con un lungo soprabito giallo e un enorme cappello rosso in testa.

<<Benvenuta, cara Alice! Aspettavo con ansia il momento del nostro incontro! Vieni, vieni, entra pure, entra a bere un po’ di the!>> esclamò il vecchietto dandosi fuoco al pisello.

<<Ma che stai facendo?! Sei matto!?>> urlò Alice, e ingoiò il pisello del Cappellaio Matto per smorzare le fiamme che lo stavano bruciando.

<<Tutt’altro, cara mia, tutt’altro!>> rispose ridendo il Cappellaio Matto, e cominciò a battere la testa sul muro.

<<Smettila, smettila, incosciente!>> esclamò Alice, e strattonò bruscamente il Cappellaio Matto, allontanandolo dal muro.

<<Incosciente sarai tu, mia cara! Io sono matto, matto, matto!>> disse il Cappellaio, ed estrasse un coltello da macellaio dalla tasca del soprabito.

<<Che vuoi fare con quel coltello? Posalo, su.>> mormorò Alice, e prese a indietreggiare lentamente, fissando la lama scintillante.

<<Ficcarmelo nel culo!>> urlò il Cappellaio Matto, e con un colpo brusco si conficcò i trenta centimetri di acciaio nell’ano.

<<Tu sei matto.>> gli disse Alice, provando a strapparsi i capelli con i denti.

<<Io non sono matto! Sono solo un incompreso, zoccola ebete che non sei altro!>> disse il Cappellaio.

<<Adoro i matti. Li trovo sessualmente eccitanti.>> gli sussurrò Alice.

<<E io sono matto, appunto!>> esclamò il Cappellaio.

<<Facciamolo.>> disse Alice, spogliandosi dei suoi miseri abiti.

<<D’accordo.>> rispose il Cappellaio, e con uno scatto felino si avventò su Alice.

<<Sei pronta a fare del sesso davvero matto?>> chiese lui.

<<Certo.>> rispose lei.

<<Benissimo. Allora beccati questa.>> disse il Cappellaio, estraendo una barra di uranio radioattivo dal soprabito e infilandola nella vagina di Alice.

<<E’ stato bellissimo.>> commentò Alice, e si accese la sigaretta di rito.

<<Anche per la barra.>> rispose il Cappellaio Matto, iniziando a mangiare sassi.

E fu così che Alice e il Cappellaio Matto decisero di sposarsi, e vissero per sempre felici e contenti.

E se per caso vi state chiedendo “Ma si è dimenticato che nella favola di Alice nel Paese delle Meraviglie c’era anche la famosa Regina di Cuori?”, ebbene, la risposta è: sì, me ne sono dimenticato.

Il banco vince

Se la gente si fermasse più spesso a riflettere sulla propria vita, e intendo a riflettere seriamente, con tutta probabilità ci sarebbero vagonate di suicidi in giro per il mondo.
In fondo la gente non si ferma quasi mai a tirare le somme sulla propria esistenza: si limita a tirare avanti, a campare, a proseguire arrancando.
Sarebbe tutto molto più interessante invece se una persona che ha appena dovuto sopportare un gran fallimento si fermasse un momento e ammettesse che la vita è ingiusta, che non è corretto andare avanti come se niente fosse. Che è da codardi far finta che le delusioni capitano a tutti e amen, tanti saluti, la vita va avanti.

Perché faticare e provare a sopportare il dolore? Chi dice che ne valga la pena? Molto più facile prendere un paio di forbici e infilarsele nell’occhio. Semplice, pratico, definitivo. Risparmia un sacco di sofferenze, risparmia molte notti insonni, risparmia una vita di odiosi sorrisi falsi e saluti di cortesia.

Una volta avevo un amico che si è suicidato. No, non era il mio migliore amico (lo so cosa state pensando: ecco il perché della sua visione pessimistica del mondo! Si ricollega tutto al suicidio del suo migliore amico! sbagliato, Sherlock) ma comunque ci frequentavamo.

Parlavamo assieme senza troppi problemi. Io sapevo abbastanza di lui e lui sapeva abbastanza di me. Discutevamo di feste, di cazzate, di posti, di ragazze. A volte ci ritrovavamo in compagnia con amici comuni e finivamo per mangiare allo stesso tavolo nella stessa pizzeria, a volte bevevamo birre ordinate nello stesso giro pagato da qualche conoscente, o gli chiedevo di accendermi la Pall Mall quando lo trovavo in giro ed ero senza accendino. Lui fumava Winston Blu. Uno schifo.
Si è buttato giù da un cavalcavia in un bel pomeriggio di luglio, finendo dritto in mezzo ai binari del treno che stavano lì sotto.
Una volta mi sono chiesto come si fa ad ammazzarsi in luglio. La scuola è finita, il freddo di novembre è ancora lontano, le serate sono tante e lunghe e calde e cariche di promesse, le ragazze vogliono solo divertirsi e lasciarsi andare ad un amore estivo di quelli veloci e senza impegni del cazzo.

Eppure lui ha sentito il richiamo in piena estate, nel bel mezzo di un periodo d’oro per un ragazzo di diciassette anni. A mente fredda viene da pensare che un aspirante suicida tenda a deprimersi di più durante i lunghi e freddi mesi invernali, quando le giornate sono tutte troppo uguali e fuori c’è sempre lo stesso cielo grigio. Ma evidentemente per una persona che vuole uccidersi è sempre novembre, è sempre tutto uguale, fuori c’è sempre e solo un cielo grigio.

Vennero fuori casini per il funerale (il parroco non voleva avere niente a che fare con un ragazzo morto suicida, peccato mortale, Dio condanna il peccato mortale!) ma alla fine sono riusciti a confezionargli una piccola e breve cerimonia di cortesia in cui tutti dovevano fingere che non si fosse a un funerale cattolico, e poi via, tutti al cimitero, riempi la fossa e deponi un fiore, amen.

I genitori sembravano leggermente fatti; la madre sfoggiava occhiaie viola in tinta con il velluto dentro la bara, il padre invece si esibiva in sorrisi spenti e stringeva più mani di un politico alla vigilia delle elezioni. Si sarebbe potuto prenderli entrambi da parte e attaccargli un bel cartello sulla schiena con su scritto GRAZIE DI CUORE MA SIAMO STANCHI ORA, ANDATE PURE TUTTI A FARE IN CULO e lasciarli vagare in giro per il cimitero con i loro sorrisi scoraggiati sul volto. All’epoca questa fantasia mi provocò un attacco di risatine isteriche che vennero malviste dalla mia ragazza di allora. Che, per inciso, avrei tradito con una moretta più piccola di due anni ad una festa di compleanno a cui non avrei dovuto partecipare. Bei tempi quelli.

Il motivo per cui si tolse la vita non è mai stato chiarito. Girarono un miliardo di voci (credo che possiate immaginarlo da soli, nei paesini di provincia funziona così) e ne ho sentiti veramente di belli.
Al primo posto c’era la cara vecchia storia dei problemi di droga, un vero classico che “gli adulti” non mancavano mai di recuperare dalla cantina e rispolverare quando sembrava fosse giunto il momento.

Poi c’era la scuola.
Secondo le voci il mio amico, che aveva appena finito la quarta superiore, si sarebbe ammazzato perché “le preoccupazioni per gli esami di maturità che avrebbe dovuto affrontare l’anno prossimo lo avevano sconvolto dentro”. Ha ha, davvero divertente. Si era preso in anticipo, eh?
Un’altra storia che girava era quella di una fantomatica ragazza che gli avrebbe spezzato il cuore. “Eh, le delusioni d’amore a quell’età sono una cosa da non prendere sottogamba”, o almeno così ripetevano i vecchi pensionati del paese quando li trovavi dal tabaccaio, e scuotevano la testa e si facevano il segno della croce di sfuggita ripensando a quel povero figliolo spiaccicato sulle rotaie, prima di uscire con il pacchetto di MS tra le mani. Per quanto ne sapevamo noi che lo conoscevamo, erano mesi che non aveva una ragazza fissa. L’unica cosa di simile a una “fidanzatina” che potesse aver attraversato la sua strada nell’ultimo periodo era una bionda di qualche paese più in là, una tipa di un anno in meno di noi che non avevo mai visto senza occhiali da sole addosso e sempre con uno stupido cerchiello rosa sulla testa. E per quanto ne so, lui se le teneva buona solo perché a scuola girava la voce che dopo due mesi di uscite serali fosse abituata a fare pompini. Non ho mai potuto chiedergli se fosse vero.
Il vero motivo non lo so. Non lo so io, non lo sanno i suoi genitori, non lo sa il suo migliore amico (che si fece vedere in giro sempre più di rado dopo il funerale), non lo sa un cazzo di nessuno probabilmente. Probabilmente non c’è un motivo vero e proprio. Non ci dev’essere sempre per forza una causa scatenante. Non deve sempre essere colpa di un brutto voto a scuola, o di una sberla ricevuta da un genitore, o di una fidanzata che va a letto con un altro. Quasi sempre è l’insieme il vero motivo, è la somma di tante cose a spingerti a saltare giù da un cavalcavia.

Non una delusione in particolare, ma la vita nella sua totalità. E cosa fai in quel caso? Una delusione la si può sopportare, la si può affrontare, la si può ignorare. Ma la vita, nella sua interezza… Quella no. Finisce che ci diventi pazzo.

Tutti possiamo vederlo, è davanti ai nostri occhi, è lampante. Sotto sotto lo sappiamo benissimo che la vita non è giusta e che è tutto sempre così confuso e non esiste nessun piano segreto e nessuna ricompensa finale. Non c’è alcun senso, mai.
Che senso c’è in un ragazzo che cade da cinquanta metri e si spezza la schiena su una traversina d’acciaio e rimane con la faccia a terra e il sangue che gli cola dalla bocca e si spande sulla ghiaia mentre un macchinista che l’ha visto grida aiuto e corre verso di lui agitando una paletta come un forsennato e il fischio di un treno in arrivo fa da sfondo alla triste scenetta?

Se la gente non si toglie la vita così spesso come sarebbe giusto fare è solo perché non è abbastanza triste da farlo.

Ma si può sempre migliorare.