Visualizzazione post con etichetta Guest Post. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guest Post. Mostra tutti i post

giovedì 29 maggio 2014

Glitter - Storia di sesso e centri commerciali

Questo pezzo è opera di Neko, uno dei pochi nell'Internet che sa scrivere davvero bene. E che quindi, consapevole di siffatto talento, ha giustamente deciso di aprire un tumblr di foto zozze e gatti coccolosi. Il suo (vecchio) sito era NumeroZero (sigh), qui c'è la pagina Facebook, e questo è il suo tumblr.




E così invento che ho bisogno di un nuovo telefonino  -non perché ne abbia davvero bisogno, ma ti pare?-  ma perché mi piace stare con lei. Semplicemente. E le dico, andiamo al centro commerciale  -io vedo il telefonino e tu ti strafoghi di Zara e H&M-  e poi ci becchiamo da qualche parte, tipo al bar o a fare in culo o a fumare.

"OK."

Lei ha il trauma del centro commerciale. Anni e anni passati a vagare per gli scaffali di Mediaworld fingendosi interessata a ogni oggetto avesse il tasto "play" perché a suo marito interessava, in cambio di un po' di affetto, dopo. Forse.

Io ho il trauma del centro commerciale. Anni e anni passati a vagare per gli scaffali di Zara fingendomi interessato a orribili capi da nove euro e novantanove perché alla mia compagna interessavano, in cambio di un po' di affetto, dopo. Forse.


E andiamo. La prendo sotto casa e la porto nella casa delle ore perdute, il centro commerciale maledetto. Scherziamo sul fatto che dobbiamo dividerci  - percorrere strade separate -  per poi ritrovarci alla macchina o a vomitare. Invece finiamo a vedere telefonini e la commessa non me lo può dare. Dice che devo avere questo e quello  -carta di credito e opulenza e parvenza di un qualche tipo di successo nella vita-  e io non ho un cazzo di niente, sono un fallito in retromarcia e lavoro per un cretino in terza. La mia vita è tutta in discesa. Una discesa che conduce a un mare di magma mentre pterodattili superdotati et arrapati volteggiano sopra di me.

Ho commesso degli errori. Mi è mancata la costanza e.

Ma ho una donna che mi asseconda  -che non mi è mai capitato prima-  e lei si rattrista per me. È una sensazione nuova. Colto dall'affetto stuporoso, l'accompagno da Zara.

Zara.

Una volta non ci sarei mai entrato. Aspettavo fuori il ritorno della mia dolce metà. Vi trascorreva pomeriggi interi per uscirne con una sola maglietta bianca perché il resto era troppo brutto o complicato. Io fumavo venti Lucky, consideravo il suicidio e avevo inventato un gioco per passare il tempo che prevede di ridurre ogni persona che mi passa davanti a uno stereotipo volgare. "Stitica", "pappone", "nerd senza speranza", "allevatore di polli", "fogna bipede", "frigida", "beone molesto", "idrovora umana". I miei sabati pomeriggio erano un misto di livore parossistico e soliloqui volgari. Per forza poi mi dovevo sparare cinque o sei Lugana. La catarsi.

Vaghiamo per esposizioni di vestiti da regazzina da sbarco lunare  -circondati da gente dalla sessualità indefinita e ignoranti di esserlo-   e ci imbattiamo in ogni sorta di puttanata, dal vestitino leggero a fiori al maglione modello donna ucraina 1966 al cappellino di lana colle orecchie da gatto.
Poi lei gira l'angolo e capita nel reparto scarpe. Scarpe da troia. Ma mica troia comune, no! troia che batte duramente il marciapiede. O donna di fantasia tipo la Principessa Aurora di Starzinger. Ne adocchia un paio con tacchi smisurati ricoperto di lustrini multicolore, si china per esaminarlo e poi mi guarda. 

"Se non compri quelle scarpe da troia non ti parlo più."

Sorride.

Trouble è disfunzionale dal punto di vista della biancheria intima. Non indossa quasi mai le mutande, mai il reggiseno e non ha calze degne di tal uso. O se le ha le rompe in quattro secondi. Prende le scarpe, prende un paio di calze scure e s'infila nel camerino.

Nell'attesa valuto se massaggiarmi il prepuzio con nonchalance, ma Trouble esce immediatamente ergendosi imperiosa  -una specie di Godzilla biondo e col culo capace di distruggere l'intero arcipelago giapponese semplicemente sedendovisi sopra-  in perfetto equilibrio su quelle scarpe altissime da puttana marcia, indossando calze scure. Decido all'istante che se mai dovrò riprodurmi sarà con questa figura imponente e lussureggiante e ironica che mi si para d'innanzi.

Mangiamo porcherie fritte al re dello spiedino  -tanto per non farci mancare nulla-  e finiamo al Croce. Montenegro come se non ci fosse un domani.

A casa si spoglia ma rimane in equilibrio su quei tacchi sberluccicanti. Per precauzione  -per evitare incidenti domestici e/o scosse telluriche-  la faccio sdraiare sul tappeto e le salgo sopra e inizio a scoparla in bocca come se fosse il 1989 e dovessi demolire il muro di Berlino con la sola forza del mio povero pipi irritato et affaticato. Lei sa di vaniglia.
Mentre cerco di squarciare il continuum spazio-temporale col pene osservo quelle scarpe da puttana marcia di fronte a me. La faccio sedere su una specie di trespolo che usa come sedia da pranzo di emergenza. Le sollevo le gambe e lo infilo nel caldo e nel burro e lei si trasforma  -da una donna di uno e novanta coi tacchi da puttanone spudorato diventa piccola piccola  -  una bimba bellissima vagamente spaventata-  e io penso che riesco a "zipparla" colla sola forza dell'uccello e mi piace doppiamente perché in fondo sono un nerd senza speranza.

Dopo un po' va in bagno. Accendo una Lucky. Afferro una scarpa di lustrini scalzata e dimenticata accanto a me e ci struscio l'uccello  -che diventa subito glitterato come una decorazione da festa di compleanno o il post di una ragazzina sul forum di Cioè. Trouble torna dal bagno e accendo una sigaretta anche per lei.


mercoledì 20 marzo 2013

Post su Ciclofrenia

Trovate il mio ultimo post, "Lettera a una mamma", sul blog Ciclofrenia.
Un grazie a Mr.Tambourine, che ci aveva già regalato questo pezzo qualche tempo fa.
E no, il post non parla di tette e figa. Anche se non potrei giurarlo.


lunedì 4 febbraio 2013

Elephant talk

(Post scritto e offerto da Mr.Tambourine, direttamente da Ciclofrenia)


***

Talk talk talk
it’s only talk
comments
clichés
commentary
controversy
chatter
chit-chat, chit-chat, chit-chat
conversation
contradiction
criticism
it’s only talk
cheap talk

La mia prima ragazza scriveva tutto.

In un cassetto del comodino vicino al letto teneva una quarantina di fogli sparsi in cui, nella sua irrinunciabile e tondeggiante calligrafia e con penne sempre diverse dai tratti neri e blu, aveva riportato tutti gli sms, le chat e le e-mail che le avevo scritto.

Avreste dovuto vedere com’erano fitti quei fogli: seguivano un disordine tipicamente femminile, le parole erano incasellate in quadrati immaginari e quando la pagina era piena riempiva gli spazi con frasi che si perdevano lungo i confini dell’A4.

Era maniacale, riportava anche gli errori di battitura, e sotto ogni messaggio c’era scritto il giorno e l’ora. Ma la cosa che mi sorprendeva di più è che iniziò a farlo subito: dal primo momento che mi conobbe.

Lei era due anni più grande di me, andavamo alla stessa scuola e la sua classe era accanto alla mia. Ogni volta che un professore mi buttava fuori – e succedeva spesso – buttavo l’occhio nell’aula per vederla china sui fogli in quegli occhi azzurri tondi e glaciali.

Sapevo tutto di lei, ma lei non mi conosceva.

Poi un giorno presi coraggio, andai da lei e le dissi:
“Io lo so chi sei.”
“Ti chiami così, fai questo, e quel giorno in classe hai alzato la mano e hai detto questo.”
Lei rimase basita, poi due anni più tardi mi confessò che quello stesso giorno andò da un’amica e le chiese:
“Come lo vedi un ragazzo più piccolo?”

A volte penso che vorrei riaverli tra le mani, quei fogli. C’era tutto, dalla prima all’ultima parola. Mancavano solo due messaggi non esattamente amichevoli, ma proprio il fatto che mancassero solo quelli faceva in modo che in qualche forma ci fossero lo stesso.

Quei fogli erano un imprescindibile diario della nostra vita insieme, dei dolori, dei parenti morti, dei tradimenti. Narravano tutto ciò che meritavo di essere ed erano il copione più fedele della mia persona: la crescita, la decrescita e tutti gli errori visti dagli occhi delle parole che le rivolgevo.

Quei fogli erano il mondo narrato dagli occhi di chi ti ama.

Oggi questo non è più possibile. Oggi non c’è più spazio né tempo per appuntarsi scrupolosamente tutte le parole che ti appaiono su uno schermo. Si scrive troppo, si chatta troppo e in troppi modi diversi.

Siamo diventati logorroici, obesi e interattivi, e mi viene la nausea a pensare a tutte le parole dolci perse tra Whatsapp, Viber, Skype, Adium e la chat di Ruzzle.

Oggi le frasi d’amore sono una bottiglia lasciata al mare.
Sono migliaia di bellissime parole regalate al vento.




martedì 4 dicembre 2012

Sei choosy, porco dio


Questo post è scritto da Emix e sponsorizzato da Drink, il blog videoludico che supporta il terrorismo come forma di espressione.



I lavoratori precari in Italia, secondo i dati ISTAT, ammontano a circa tre milioni, tre milioni e uno quando lavoro anche io. Altrettanti sono i disoccupati.
A conti fatti, ci sono più di 6 milioni di persone che se provano a entrare disarmati in una banca per chiedere credito non hanno la minima speranza di ottenere una lira bucata, il che basterebbe a mettere in discussione l’attuale sistema se solo questi milioni di individui non fossero dei conigli senza palle sedati dalle app per gli smart phone.

Una massa totalmente eterogenea, priva di unità, rappresentanza, organizzazione, consapevolezza e, soprattutto, priva del benché minimo potere contrattuale.
Precari e disoccupati sono la parentesi che puoi omettere da un periodo troppo complesso, sono le parole tra le virgole, sono trama ma non tessuto, sono il prodotto di scarto di una società basata su un liberismo egopatico e anarcoide, che considera le risorse umane costi da sopprimere e i coca party con mignotte travestite da Ronaldo priorità incontrastate.
Quando si è deciso che il profitto venisse prima dell’Uomo? Non mi pare di aver potuto esprimere la mia opinione in merito.

Non vuoi andare a pulire la merda che i bifolchi lasciano al cinema dopo che hanno guardato l’ultimo film di merda di de luigi? Fa niente, un altro laureato in filosofia che lo farà al posto tuo si reperisce in due millisecondi.

Non vuoi andare a lavare scale insieme alle portoricane? Nessun problema, l’immigrazione dal Sud America grazie al cavallo di troia della “stessa religione” continuerà copiosa e questa guerra tra poveri altro non fa che allietare il sonno di chi ci guarda scannarci in una lotta al ribasso per la sopravvivenza.

Non ti va bene un’offerta di lavoro part time, 12 ore settimanali, per 28 giorni, tramite agenzia interinale, pagata in voucher? Sei choosy, porco dio.

C’è una risposta a tutto cio? Certo, c’è, eccome se c’è.
Si chiama terrorismo.
Cosa cazzo state aspettando? Che lo Stato faccia qualcosa? Ah! Questa è così buona che mi son dimenticato di ridere.

È chiaro che la politica, intenta a salvare imprenditori miliardari che hanno fatto ammalare di cancro i pugliesi piuttosto che adeguarsi alle norme anti inquinamento vigenti, o intenta a riformare la legge elettorale nel più patetico circo che una democrazia moderna abbia mai visto in Europa, non ha a cuore sei milioni di stronzi che non concorrono con costanza al PIL.

È ovvio, noi non gli interessiamo, siam mica lobbisti dell’acciaio o dei tassisti con le terza elementare, eh.
Non so voi, ma io m’incazzo sapendo che un fallito che non sa far altro che guidare da A a B ha più potere contrattuale di me.

La soluzione è la violenza: Bisogna uccidere della gente. Deve morire qualcuno, ma non qualcuno dei nostri, noi moriamo sempre, più volte al giorno.
Bisogna minare la sicurezza di chi ha tutto per cambiare qualcosa, e bisogna farlo con inaudita brutalità, perché non serve a un cazzo porgere l’altra guancia, se qualcuno ti colpisce con violenza, la violenza è l’unica risposta possibile. Prendetela come una dichiarazione di guerra; un sistema non si riforma con le buoni intenzioni, si riforma con attacchi feroci e teste che cadono.

Tutti i Riva andrebbero percossi a sangue dai loro dipendenti e poi messi alla gogna in piazza e sodomizzati a secco da chiunque ne abbia lo sfizio. La violenza è l’unica risposta che possiamo dare, non servono a una minchia primarie e altre cazzate, la violenza è l’unica giustizia se tra due anni morirai di cancro ai polmoni.

Ciao, mi chiamo Emix, sono un figlio di puttana qualunque e non esiterò a incularti con la sabbia mentre stai in ginocchio sui carboni ardenti a vomitare tutta la tua banalità.
Ignorami, ora che la vita ti sorride, ignorami anche quando sarò io a sorridere mentre spingo così a fondo il mio cazzo dentro il tuo retto da sporcarti di merda le tonsille, e prega perché legalizzino l’erba a uso ricreativo anche da noi, o finché sarò vivo non mi laverò più la cappella lavorando giacché presto tu possa sentirne l’amaro sapore in gola.
Se sarai fortunato magari lo troverai piacevole, in ogni caso sarà il tuo ultimo pensiero.
Fino ad allora, continua pure a sentirti furbo, anzi, eccedi, esagera, approfitta, ruba, e se devi colpirmi, accertati di avermi annientato, altrimenti inizia già a temere per la tua incolumità, perché quando toccherà a me, puoi scommetterci, poi non toccherà mai più a te.